"FLORA"
2021 — now
IN ARGUMENT
with
Nina Yashar 






Nasce insieme all’idea delle rose, che con la delicatezza dei loro petali hanno scardinato la classica idea del kilim, il debutto e il successo di Nina Yachar, allora datato 1989. La Rosa nel Tappeto era la sua prima mostra, quella con cui Yachar comincia a rompere le regole estetiche del mercato, con la forza di un fiore, con quel segno delicato che ha sbaragliato: “Sono passati trent’anni, sono stata la prima a trattare il tema floreale applicato ai kilim in Europa. Ho innestato un elemento morbido in un mondo del tutto geometrico, insieme all’idea di un tappeto trattato come un tessuto”. Tutto venduto, come spesso succede proponendo qualcosa di altro, che fino a quel momento non c’era. Per la Yachar in particolare sarà sempre, ed è solo così, che funziona.  

La Rosa é il primo passo, esercitato sul fascino di trame di origine medio orientale di cui si occupava il padre, con cui la fondatrice della Galleria Nilufar e del Nilufar Depot (Nilufar = Fior di Loto) segna l’inizio di un percorso che oggi ci porta dritti dentro gli interiors più sofisticati del mondo e ci lascia eternamente incantati dalle sue famose vetrine. Un continuo slittamento delle regole classiche all’interno delle sue, uno sbobinare display d’interni che nessuno afferra, nemmeno osservandone decine tutte insieme, come capita nel Nilufar Depot. E’ un punto di vista. Che appartiene a chi ha quella vista, e punto.

Si parte dalle rose, si apre la galleria Nilufar = Fior di Loto, si indaga per anni il tema della Natura in ogni sua variabile  d’autore, quindi con Nina Yachar si parla del Thema Flora.  

Della Natura che la mercante di opere d’arte fatte ad arredi sente dentro, mentre fuori vive di pensieri e gesti metropolitani. La Natura che vorrebbe ritrovare a cominciare dall’uso sfrenato del suo stesso corpo e invece le sue giornate sono di travolgente modalità mentale. “Ho il desiderio immaginario di una prossima vita dove mi esprimo con il corpo e non con la mente. Adoro vedere film con Samurai e pugnali volanti, sogno di poter camminare sui muri, di un mondo immerso nella Natura”. C’è un semplice perché:
“La fisicità è naturale. La vita metropolitana è troppo cerebrale”.




Flora vuol dire? “Abbondanza, prosperità, colore, sensualità, sogno”.

Il sogno? “Il senso della mia vita è poter sognare”.

Quello del momento? “Sento l’arrivo di un barocco contemporaneo. Sono molto attratta dalla organicità seppur di genere artificiale del PLA, un materiale plastico che sembra seta”. Una seta più che contemporanea:
“Ti ci rifletti dentro come nell’acqua cristallina”, trattata dalla sua artista Audrey Large.

Invece i colori? “Sono immersa in un mondo di rosa e rossi, una gamma che va dal pastello al fuoco. Mi butterei in un profondo rosso, più che in un profondo verde”.

Ma non stiamo elogiando la Natura? “Si parla sempre di Lei, ma il verde guarisce, mentre il rosso dà forza. Della Madre Terra  cerco nutrimento sotto forma di energia. L’istinto è di curarmi in modo primordiale, attingendo al fuoco”.

Yachar lo fa, così: “Medito immaginando di avere radici ai piedi che scendono fino al centro della Terra, fino al rosso fuoco che poi risale dalle radici per rientrare in te”.




“Il modernismo appartiene alla mia anima occidentale, che convive e continuamente conversa con l’estetica persiana e in ogni caso dialoga con gli opposti.

Mischiare, sempre: Casa mia è tutta una voluta e una rotondità, colori compresi”. Il tempo fuori casa ha tutti gli spigoli e i bianconeri di una vita da imprenditore, quindi tornando al dialogo totalizzante, in casa troviamo l’incisione ad affresco di fiori Moghul sulle pareti, omaggio ai tessuti e alle ceramiche della cultura islamica, alzando gli occhi un cielo con le stelle e la parte superiore di una colonna che custodisce l’Oriente, con la sua estetica persiana: “L’interpretazione del mio spirito dell’architetto Giancarlo Montebello”.

Lo spirito dei tempi cerca Flora di ogni genere, che sia naturale digitale o artificiale: “Il desiderio non è banalmente di poter essere in una casa di campagna. E’ un bisogno profondo di abbeverarsi di qualcosa che non c’è più. Sento forte il corso e ricorso di alcune tematiche. Quando qualcosa è stato spazzato via, sostituito da altre correnti diciamo meno eleganti, per forza ritorna”.


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